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Le parole “crisi”, “precarietà”, “giovani in difficoltà” sono tra le più inflazionate degli ultimi anni: tutto sembra già esser stato detto e scritto sull’argomento, con valanghe di numeri e cifre che descrivono in maniera cruda (e crudele) il problema, fiumi di dimostranti in cerca dei diritti che la società pare non esser più in grado di tutelare, e migliaia e migliaia di cittadini alle prese con un futuro rimandato in continuazione per far posto a un presente incapace di valorizzare competenze, esperienze e professionalità di tutti.

Eppure, forse non tutto è stato detto, o meglio, esistono modi diversi per dire determinate cose, per illustrare il fenomeno “precarietà” da un’angolazione diversa, e ne è prova il lavoro che il regista Accursio Graffeo ha realizzato col suo cortometraggio, “Precarietà a tempo indeterminato”: il breve film, tratto dall’omonimo romanzo di Ferdinando Morabito, illustra il tema con scelte stilistiche e formali lontane dal classico format politico/istituzionale/giornalistico/ufficiale, vale a dire col linguaggio che accomuna ormai da anni qualunque contributo teso a spiegare il fenomeno.

Basta concedersi 15 minuti di tempo per capire come la precarietà è racchiusa in una festa che trascina alla deriva i giovani protagonisti, ebbri di rifiuti, dubbi, incertezze che costellano la loro quotidianità, e che neanche in una festa riescono a immaginare uno straccio di futuro, dis-abituati e dis-educati alla programmazione, ai progetti, alle idee a medio-lungo termine. Basta un quarto d’ora per farsi catapultare dalla straordinaria C-300 utilizzata dal regista, per approdare in un mondo confuso, onirico, fatto di discorsi tanto “alticci” quanto straordinariamente lucidi, tanto evoluti quanto stantii nel classico “vorrei ma non posso”, espressione che ingabbia quella che recentemente è stata definita la “Generazione perduta”. Basta lo spazio di un intervallo tra il primo e il secondo tempo di un incontro di calcio per capire come un esercito di giovani non voglia giocare una partita già persa, ma voglia cambiare le regole, per restituire una parvenza di credibilità ad un futuro sottrattogli da cataclismi sociali generati da altri, e per riflettere su come “precaria” siano ormai l’esistenza, il sistema di valori, persino le idee, gli affetti, i sentimenti, i pensieri.

Il tutto è reso in maniera efficace e leggera, densa e ironica da un gruppo di attori capaci di toccare con eccezionale capacità corde nascoste con uno sguardo, un gesto, un sorriso, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore con una naturalezza disarmante; la prova di un cast perfetto, abbinata alla professionalità di una troupe che ha lavorato con un’armonia difficile da descrivere per la sua completezza, e rafforzata dall’esperienza e dalle capacità di tutti, guidata da Graffeo, ha permesso la realizzazione di un lavoro nuovo destinato a fare tanta strada. Provare per credere. In fondo, bastano solo 15 minuti.

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